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Il Crystal Palace, una neo-natura fatta di ferro e vetro

“I più esperti Artisti fra gli Antichi erano dell’opinione che un edificio fosse come un animale, di modo che nella formazione di esso noi dovremmo imitare la Natura”

Leon Battista Alberti “De re edificatoria” Liber X


Questo antichissimo concetto dell’Alberti crea un ponte nella storia che giunge fino ai giorni nostri, in un contesto temporale dove la consapevolezza e la sensibilità del mondo in cui viviamo sono sempre maggiori.

Pur avendo attraversato periodi bui, questo ideale era insito nell’opera architettonica che ha costruito le premesse per il salto verso l’Architettura moderna: il Crystal Palace di Joseph Paxton (Londra, Hyde Park, 1850-51).

Favorito dalle nuove tecnologie derivanti dall’industrializzazione, il ferro fuso offriva ampi spazi e grande disponibilità di luce, incoraggiate dall’introduzione di nuovi sistemi strutturali, anche attraverso l’uso di curve elastiche in analogia con le forme dell’architettura gotica e della natura. Derivante dalla tipologia delle serre botaniche, questo Palazzo abbandonava il mattone per diventare una neonatura viva, attenta ai nuovi standard di comfort secondo un primordiale controllo micro climatico interno. L’intuizione geniale dell’ingegnere e orticultore britannico fu quella di abbandonare i sistemi strutturali tradizionali al fine di ricercare la soluzione al suo problema nell’osservazione della natura, in particolar modo da una pianta, la Victoria Amazonica.


Scoperta nel 1837 in Guyana Britannica, si deve proprio a Paxton la prima germinatura di questo nenufaro gigante all’interno del giardino del Duca del Devonshire nel 1846. In precedenza chiamata Victoria Regia in onore della Regina, questa pianta possiede foglie galleggianti che possono arrivare ad un diametro di 2 m e sopportare su di esse carichi distribuiti fino a mezzo quintale. Il tutto è reso possibile dalla struttura sottostante le foglie, fatta da nervature cave radiali. Le similitudini con il Crystal Palace non sono subito evidenti ma se confrontiamo il comportamento statico delle due strutture ci rendiamo conto che è il medesimo. Le travature reticolari longitudinali della costruzione corrispondono alle grandi nervature radiali di maggiori dimensioni, le cosiddette grondaie Paxton cioè le travi trasversali sono equivalenti alle lamine disposte circolarmente a collegare le nervature principali. Infine, la copertura in vetro ha la stessa funzione della membrana del fogliame. Passando al sistema di sostegni puntuali del Palazzo, essi sono assimilabili al gambo della Victoria Amazonica che può arrivare ad una lunghezza di 7-8 m e che permette alla pianta di ancorarsi al fondo del caldo corso del Rio delle Amazzoni.



L’unicità di questo grandioso edificio non è solo insita nel richiamo a questo gigante dell’acqua, ma è più semplicemente nell’aver introdotto, all’interno dell’Architettura colta, alcuni principi derivanti dalla tradizione delle serre, cioè una completa standardizzazione degli elementi in ferro, vetro e legno, i quali hanno permesso di velocizzare enormemente il processo di costruzione. Purtroppo questo esempio di architettura bio-ispirata non è giunto fino a noi a causa della caratteristica di temporaneità del padiglione (altra importante innovazione). Se invece siamo alla ricerca di esempi concreti con i quali confrontarci basterà osservare Palazzo del Lavoro di Torino (1959-61) di Pier Luigi Nervi oppure il Museo del Tesoro di San Lorenzo a Genova (1956) di Franco Albini.

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